ottobre 2011
A casa di Maria: la terrina di cinghiale.
Questa è una delle ricette di Maria che preferisco. Ha carattere, consistenza, profumo, sapore e fascino. E’ tanto per una pietanza: più di quello che molte persone possono vantarsi di avere!!
Certo, le materie prime sono fondamentali: un bel pezzo di buona lonza di cinghiale, del lardo profumato e morbido, odori freschi, cognac morbido e rotondo. E la ricetta di Maria, ovviamente! Otterrete una pietanza davvero fantastica.
Vado, che ho da formare centinaia di panini, di croissant e di miniquiches!! E mancano solo tre giorni alla festa dell’amica e a quella della Fotografa!
Ci sentiamo presto!!
Questa ricetta partecipa per la regione Toscana all’Abbecedario Culinario, organizzato dalla Trattoria Muvara.
Terrina di cinghiale. (ricetta di Maria T.)
Ingredienti: (dose per 12 persone)
polpa di cinghiale g 700
panna fresca g 300
lardo a fettine g 150
pancetta, a fettine, circa g 100
2 albumi
Cognac
sale
prezzemolo tritato (io no)
pepe verde in grani
pastella sigillante di acqua e farina
Riducete a bocconcini la polpa di cinghiale, e passatela al macinacarne insieme con il lardo, raccogliendo il ricavato in un recipiente. Aggiungetevi un bicchierino di Cognac, un cucchiaio di grani di pepe verde, un pizzico di sale, la panna, gli albumi, eventuale prezzemolo tritato e amalgamate bene il composto. Rivestite fondo e bordi di una terrina (di circa un litro di capacità) con le fettine di pancetta facendole debordare verso l’esterno. Stendetevi sopra il composto, , livellandolo bene e infine coprite il tutto con la pancetta debordante. Chiudete la terrina con il suo coperchio e sigillatelo con la pastella, spalmandola intorno ai bordi. Immergete la terrina in un bagnomaria bollente e passatela in forno già riscaldato a 180/200° per 60′ circa. Sfornatela, apritela e fatela raffreddare sotto un peso prima di sformarla, affettarla e servirla, guarnita a piacere
Scritto da Patrizia il 19 ottobre 2011 alle 07:42 / 3 Commenti / Link permanente
Cronaca di un disastro…e il World bread day.
Il pane alla zucca è il pane che ho pensato e voluto impastare e preparare per il World Bread Day di quest’anno. Perché mi piace la zucca, perché la Perla, che lo sa, me ne ha portata una di 25 kg e son qui che mi industrio a trovare cento modi diversi per cucinarla, e soprattutto perché avevo bella pronta, sul blog di una mia amica carissima, una ricetta perfetta. Un pane morbido, profumato, delicato.
Ma.
Ma se volete fare il pane… non mettetevi mai all’opera se:
- ne uscite da un periodo di tremendo mal di denti, che dura ormai da settimane, nonostante, o forse a causa di, due cruente e dolorose sedute dal dentista.
- avete tenuto due lezioni di cucina negli ultimi quattro giorni.
- state preparando due feste di compleanno per la stessa serata e per un numero complessivo di ospiti che farebbe rabbrividire pure il tizio della pubblicità, quello che invita tutti e lancia banconote come fossero fiorellini.
- avete passato la notte precedente a stendere una proposta per l’organizzazione di un matrimonio très-chic, da sottoporre ad una sposa in ansiosa attesa.
Se no. Se no potrebbe succedervi questo.
Impastate una massa morbida e setosa, profumata e gonfia come mai eravate riuscite ad ottenere. La deponete con tenerezza e trepidazione nella teglia, legandola dolcemente con spaghi messi a croce, in modo che si formino solchi profondi a ricordare la forma di una grande zucca.
E poi si son fatte le due del mattino. Il forno è caldo, la teglia con l’acqua per la vaporizzazione è sul fondo. La teglia con il pane zucca viene infornata. Deve cuocere per 50 minuti.
Vi potete concedere un po’ di riposo. Il tempo di prepararvi per la notte, un velo di crema, una spazzolata ai capelli, il tempo di leggere l’ultimo capitolo del romanzo che langue sul vostro comodino da troppi giorni e poi vi rialzerete per sfornare il vostro capolavoro. Il tempo di…
addormentarvi come un ghiro e risvegliarvi dopo due ore e mezza, di soprassalto, con un gemito d’angoscia.
Il vostro pane è là, piegato dal calore infernale, secco come una ciabatta!
Il mio è venuto una ciofeca, ma voi fatelo, per piacere! E’ un pane meraviglioso.
Solo, fatelo di giorno! Dopo aver preso un buon caffé!
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Scritto da Patrizia il 16 ottobre 2011 alle 11:53 / 6 Commenti / Link permanente
Blog Action Day.
Oggi 16 ottobre è il Blog Action Day 2011 , il giorno in cui la blogosfera dedica un pensiero e un post alla fame nel mondo.
Il mio pensiero, oggi, è di parole (non mie, di Erri de Luca) e di immagini. Ognuno di noi è responsabile.
“Il sazio non crede al digiuno, ripeteva mio padre il detto antico. Noi pasciuti del mondo conosciamo la scienza dell’alimentazione, ma del cibo non sappiamo più niente. Chi non sa la fame, non sa il cibo. Fame non è vuoto allo stomaco, non è acquolina in bocca né appetito. Fame è un pieno di sensi e di pensieri accampati intorno a un centro. Fame è vergogna di provarla. Fame è la più offensiva delle mancanze. Fame è il cielo chiuso sulla testa come un coperchio di rame, è il suolo serrato a pugno sotto i piedi. Fame è la stanza in cui i vecchi sono guardati storto per il cucchiaio di niente che portano alla bocca. Fame è Gerusalemme sotto assedio e dentro di lei gli affamati che dicono: “Questa città è la pentola e noi siamo la carne”. Fame è nutrirsi solamente in sogno, disgusto di svegliarsi. Fame è sapere che ogni cibo, anche quello acquistato, è dono.
…Il pane fresco sulla tavola ha viaggiato migliaia di miglia e di anni per arrivare. Innumerevoli generazioni di contadini hanno selezionato spighe, frantumato chicchi, mescolandoli all’acqua, con lievito e fuoco di fornace per tramandarci pane. È dono di umanità a se stessa, fatto di cielo, terra, acqua e fuoco, è manna. Noi mastichiamo manna come quella assegnata nel deserto, ma non in parti uguali”. Erri de Luca, Alzaia, 48
Qui, l’elenco delle migliaia di blog nel mondo che oggi parlano di cibo e di fame.
Qui il link alla pagina di Oxfam Italia, che ha lanciato la settimana COLTIVA.
Le foto sono tratte da vari siti internet
Scritto da Patrizia il 16 ottobre 2011 alle 11:18 / 1 Commento / Link permanente
Adattarsi.

Strillano. Gridi lunghi, un po’ rauchi. E poi un chiacchiericcio fitto, giocoso. Un po’ burlone. Sembrano comari in un mercato di trent’anni fa. Si aggrappano alle antenne, sui tetti, si radunano in gruppi fitti sui rami degli alberi. Poi si lanciano in voli ampi, battendo le ali veloci, e ridono in volo. Le loro piume colorate, lampi verdi, lucenti, fendono i primi raggi del sole, all’alba. Poi silenzio. Si ritrovano al tramonto, come massaie che dopo una giornata di faccende, escano a godersi il fresco del pomeriggio, le mani sotto il grembiule, prima di apparecchiare per cena.
Chissà che pensano, di questa foresta di palazzi e pali, di questa selva di antenne e ripetitori, di comignoli e torri, loro, un tempo principi scanzonati di amazzoniche distese verdi ed incontaminate. Non sembrano avercela con chi li ha deportati per un capriccio del momento, e poi, per incuria o insofferenza ha lasciato aperta una gabbia. Hanno formato una comunità forte e determinata. Si sono adattati al nuovo mondo. Senza perdere fierezza.
Scritto da Patrizia il 14 ottobre 2011 alle 09:01 / 11 Commenti / Link permanente



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